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NON SI UCCIDE PER AMORE

13 Giugno 2018 | Recensione a cura di G.A.Z Magazine

“UN NUOVO CASO PER LA FIORAIA DEL GIAMBELLINO, UN CASO PER RICORDARE CHE: L’AMORE NON HA COLPE, L’AMORE NON HA NIENTE A CHE FARE CON LA VIOLENZA”.

 

Libera, la fioraia del Giambellino che già abbiamo amato nei suoi due precedenti romanzi  (sempre editi da Sonzogno), ritorna in “Non si uccide per amore” con un nuovo caso da risolvere.

Un caso doloroso, ancora irrisolto e distante ormai vent’anni: la morte per mano ignota dell’amato e mai dimenticato marito, il poliziotto Saverio Deidda.

 

A scatenare l’istinto di scoperta che credeva sopito, un misterioso biglietto, scritto da un’altrettanto misteriosa donna, che Libera trova per caso nel taschino di una camicia di Saverio facendo ordine nell’armadio.

Chi aveva scritto quel biglietto che riportava proprio la data del giorno della morte del marito? Com’era finito nel taschino di quella camicia e com’era potuto sfuggire a tante perquisizioni durante il corso delle indagini?

 

Libera, dopo un ventennio trascorso nella rassegnazione di non poter dare un volto e un nome al brutale assassino, questa volta esige delle risposte per se stessa e per la figlia Vittoria, che, pur di trovare quell’assassino aveva deciso di seguire le orme del padre e di entrare in polizia.

 

Sullo sfondo di una Milano raccontata con amore e con un nuovo bouquet da realizzare per l’ennesima sposina sui generis che approda al vecchio casello ferroviario trasformato in casa-bottega, la fioraia del Giambellino, affiancata dalla settantenne madre Jole, hippie esuberante, seguace dell’amore libero, si spingerà sino in Calabria dove ci sono segreti da scoprire e vasi da scoperchiare per capire che il nemico forse si nasconde molto più vicino di quanto avesse mai immaginato.

 

Molto accade tra le pagine del romanzo, che non mancherà di farci sorridere per le bizzarrie di Jole, personaggio iconico della quale ameremo la spregiudicatezza e l’energia così ben contrapposta alla figura di Vittoria, apparentemente dura e bacchettona.

E molti sono i personaggi che perfettamente orchestrati faranno capolino tra le pagine e, di ognuno di loro, ci rimarrà qualcosa: come ad esempio dell’adorato nonno Spartaco, così presente nei ricordi d’infanzia di Libera e ancora oggi così necessario a mantenersi in equilibrio tra vita ed emozioni. Lui che le aveva insegnato a chiamare le cose con il loro vero nome, perché le parole giuste indicano la direzione.

 

Anche in questo terzo romanzo, Rosa Teruzzi, ci delizierà con l’immagine di fiori, bacche e spezie, ci incuriosirà con la citazione di libri e autori e ci porterà altrove: dalla sua Milano alle Valli della Valtellina e poi giù sino alla Calabria e lo farà sempre con quell’eleganza e quell’ironia che la contraddistinguono, portandoci ad attendere la soluzione del caso e poi di un altro ancora.

 

 

G.A.Z Magazine

 

 

Non si uccide per amore

Autore: Rosa Teruzzi

Editore: Sonzogno

Genere: Narrativa

Anno edizione: 2018

ISBN: 978-88-454-2660-5

Pagine: 157

 

www.sonzognoeditori.it

 

 

Sinossi:

Un biglietto, ormai ingiallito, trovato in una vecchia camicia a quadri nel fondo di un armadio, riporta la memoria di Libera, la fioraia del Giambellino, all’episodio più doloroso della sua vita. Quella camicia è del marito, ucciso vent’anni prima senza che mai sia stato trovato il colpevole, e quel biglietto sembra scritto da una donna. Ma tanto tempo è passato: perché riaprire antiche ferite? Libera ha sempre cercato di dimenticare, piano piano ha messo su un’attività che funziona, se la cava abbastanza bene, altri uomini la sfiorano e la corteggiano. Eppure, quel buco nero della sua esistenza continua a visitare le sue notti insonni, tanto più che – ora lo vede bene – alcuni particolari, nell’archiviazione del caso, la convincono sempre meno. E così, dopo essersi improvvisata detective, nei romanzi precedenti, per risolvere i casi degli altri, questa volta Libera vuole trovare il coraggio per rivangare le vicende del suo passato. Con l’aiuto della madre, eccentrica insegnante di yoga dalla battuta facile e dai costumi spregiudicati, e di una giovane cronista di nera con un sesto senso per i misteri – e nonostante la vana opposizione della figlia poliziotta – Libera si spingerà dalla sua Milano fino in Calabria, per trovare una risposta alle domande che l’opprimono da vent’anni e per guardare in faccia l’amara verità. E per scoprire che forse il nemico si nasconde molto più vicino di quanto avesse mai immaginato.

 

Rosa Teruzzi (1965) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. Esperta di cronaca nera, è caporedattore della trasmissione televisiva Quarto grado (Retequattro). Per scrivere, si ritira sul lago di Como, in un vecchio casello ferroviario, dove colleziona libri gialli. Per Sonzogno ha pubblicato La sposa scomparsa (2016) e La fioraia del Giambellino (2017). Questo è il terzo volume della serie che vede come protagoniste le tre investigatrici milanesi.

 

La sposa scomparsa

 

La fioraia del Giambellino

Dentro Milano esistono tante città, e quasi inavvertitamente si passa dall’una all’altra. C’è poi chi sceglie le zone di confine, come i Navigli, a cavallo tra i locali della movida e il quartiere popolare del Giambellino. Proprio da quelle parti Libera – quarantasei anni portati magnificamente – ha trasformato un vecchio casello ferroviario in una casa-bottega, dove si mantiene creando bouquet di nozze. È lì che vive con la figlia Vittoria, giovane agente di polizia, un po’ bacchettona, e la settantenne madre Iole, hippie esuberante, seguace dell’amore libero. In una piovosa giornata di luglio, alla loro porta bussa una donna vestita di nero: indossa un lutto antico per la figlia misteriosamente scomparsa e cerca giustizia. Il caso risale a tanti anni prima e, poiché è rimasto a lungo senza risposta, è stato archiviato. Eppure la vecchia signora non si dà per vinta: all’epoca alcune piste, dice, sono state trascurate, e se si è spinta fino a quel casello è perché spera che la signorina poliziotta possa fare riaprire l’inchiesta.  Vittoria, irrigidita nella sua divisa, è piuttosto riluttante, ma sia Libera che Iole hanno molte buone ragioni per gettarsi a capofitto nell’impresa. E così, nel generale scetticismo delle autorità, una singolare équipe di improvvisate investigatrici – a dispetto delle stridenti diversità generazionali e dei molti bisticci che ne seguono – riuscirà a trovare, in modo originale, il bandolo della matassa, approdando a una verità tanto crudele quanto inaspettata.

Avvicinandosi il tanto atteso giorno delle nozze, Manuela, ragazza milanese romantica e un po’ all’antica, sogna di realizzare il suo desiderio più grande: essere accompagnata all’altare dal padre. Il problema è che lei quel genitore non l’ha mai conosciuto e non sa chi sia. È un segreto che sua madre ha gelosamente custodito, e che per nulla al mondo accetterebbe di rivelare. Stanca delle continue liti in famiglia per ottenere la confessione cui tanto tiene, a Manuela non resta che cercare aiuto altrove. Così bussa alla porta del vecchio casello ferroviario, dove abitano tre donne assai originali, sulle quali ha letto qualcosa in una pagina di cronaca nera: la poliziotta Vittoria, tosta e non proprio un modello di simpatia, sua madre Libera, fioraia con il pallino dell’investigazione, e la nonna Iole, eccentrica insegnante di yoga, femminista e post hippie. Sono tre donne diversissime, spesso litigiose, con il talento di mettersi nei guai ficcando il naso nelle faccende altrui. Saranno proprio loro, dopo le iniziali esitazioni, ad andare alla ricerca del misterioso padre. Le tracce, come in una caccia al tesoro di crescente suspense, le condurranno in giro per Milano e nei paesini della Brianza, a rivangare l’oscuro passato della madre di Manuela, custodito nei ricordi e nelle omertà di chi l’ha conosciuta da giovane. E a mano a mano che si avvicineranno alla soluzione del caso, si troveranno di fronte al dilemma: rivelare la scabrosa verità, oppure no?


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